Vangelo e letture di domenica 05 novembre 2017

DOMENICA XXXI DEL TEMPO ORDINARIO – A

LETTURE: Ml 1,14b-2,2b.8-10; Dal Salmo 130; 1Ts 2,7b-9.13; Mt 23,1-12

Fedeli discepoli dell’unico Maestro

Ml 1,14b-2,2b.8-10: “…siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento..”.

Il libro del profeta Malachìa è l’ultimo del libri profetici. Il nome richiama il suo essere ‘messaggero di Dio’ inviato a preparare la venuta del Signore (Ml 3,1). Il libro fa riferimento a un tempo di grande scetticismo e indifferenza, dovuti alla delusione delle attese suscitate dal ritorno dall’esilio. Tentativi di riforma non avevano dato particolari frutti e quindi prevaleva lo scoraggiamento della fede stessa nel Signore e nelle sue promesse. Il profeta prende la parola per denunciare invece le negligenze nel servizio cultuale e le infedeltà, come venalità, parzialità, mancanza di giustizia e di solidarietà, ponendo ciascuno davanti alle proprie responsabilità, sia sacerdoti che laici. C’è bisogno di verificare la vita cultuale e quella morale, quella individuale e dell’intera comunità. Il brano di oggi si riferisce al compito e al comportamento dei sacerdoti: loro compito è di guidare il popolo sulla retta via e all’incontro con il Signore, mentre invece hanno fatto deviare dalla retta via e sono stati di ostacolo all’incontro con il Signore. Per questo hanno perso credibilità davanti al popolo di Dio! Non sono stati fedeli né nel loro comportamento né nel loro insegnamento! Un bel monito per noi sacerdoti oggi. La parte finale della lettura odierna richiama tutto il popolo a non “profanare l’alleanza agendo con perfidia l’un contro l’altro”, dato che “tutti abbiamo un solo padre e un unico Dio”. Un bel monito anche per tutti i cristiani!

Dal Salmo 130: “Custodiscimi, Signore, nella pace”.

Quattro parole sono la chiave di questo breve salmo di fiducia in Dio: cuore, occhi, piedi (vado cercando) e anima. Il salmo racconta l’esperienza di fede di colui che prega. Nei suoi pensieri (cuore), non ha coltivato desideri di orgoglio; il suo sguardo (occhi) non si è lasciato sedurre dalla bramosia di carriera o di successo; la sua condotta di vita (piedi, camminare) non è stata determinata dalla ricerca di grandezza o di prestigio. Egli ha trovato quella tranquillità interiore (anima) che un bimbo sperimenta quando è in braccio della sua mamma, affidandosi con fiducia filiale al Signore, invocato all’inizio e alla fine del salmo. L’immagine del bimbo svezzato lascia anche intendere che la serenità e la pace non è stata raggiunta senza lotte, come avviene per lo svezzamento di un bambino.

1Ts 2,7b-9.13: “…amorevoli in mezzo a voi come una madre ha cura dei propri figli…”.

Come sarebbe bello che ogni sacerdote potesse definire così il suo stare in mezzo alla sua gente! E altrettanto bello sarebbe che uguale fosse l’atteggiamento delle comunità di fronte alla sua predicazione del Vangelo! In circa due settimane di permanenza e di predicazione a Tessalonica l’apostolo Paolo ha aperto il cuore alla gente, e là alcuni di loro hanno aderito al Vangelo da lui predicato, che hanno accolto ‘non come parola di uomini, ma come Parola di Dio’. E’ stata questa Parola accolta con fede che ha operato in essi la conversione e la fede.  Come la missione di Gesù era scaturita dalla sua compassione per le folle, così anche quella di Paolo era dettata dallo stesso amore per loro. Così egli può dire di essere stato amorevole in mezzo a loro  come una madre con i figli. E’ nato anche un sentimento di affetto per loro tanto da dire che sono diventati così ‘cari’ da desiderare di dare loro non solo il vangelo ma anche la sua stessa vita. Per questo amore egli non si è risparmiato il duro lavoro e la fatica sia del ministero apostolico sia del provvedere a se stesso per non essere loro di peso ed essi se lo ricordano bene. Lode a Dio che ha operato tutto ciò!

Mt 23,1-12: “Uno solo è il vostro Maestro”.

Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘rabbì”dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ‘padrè’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ‘maestrì’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Pensando alla futura comunità dei suoi discepoli, Gesù li mette in guardia da alcuni pericoli che vede presenti nelle comunità del suo tempo. Al tempo di Gesù i sacerdoti guidavano il culto al tempio di Gerusalemme, mentre la preghiera e l’annuncio della Parola nelle sinagoghe delle città e dei villaggi erano guidati in maggior parte dai farisei e dai loro maestri (scribi), laici molto religiosi: “seduti sulla cattedra di Mosè” (l’ambone delle sinagoghe dal quale si spiegavano le Scritture). Ma in essi Gesù vedeva il desiderio di onori e riconoscimenti e un grande rigorismo predicato per gli altri e poco praticato da loro stessi. Essi si sentivano i padri, i maestri, i padroni di chi li ascoltava. Richiedendo loro la pratica minuziosa di tante prescrizioni tanto da renderli quasi schiavi di esse. La loro vanità si fondava sull’apparire pii davanti agli uomini, e sul farsi riservare dovunque  i primi posti facendosi chiamare ‘guide’ o ‘maestri’ o ‘padri’. Gesù oltre a predicare la pari dignità di ogni uomo davanti a Dio, chiedeva ai discepoli di riconoscere in Lui l’unico Maestro e Signore, e richiedeva a tutti l’obbedienza alla sua parola. Il legame tra i membri della sua comunità è quello ‘fraterno’, senza esclusione di alcuno: piccoli, poveri e peccatori che Gesù chiama “i suoi fratelli” o “i più piccoli dei suoi fratelli”. Circa il suo stile, in una predica il filosofo F. Schleiermacher così commentava: “Il Redentore abolisce tra i suoi tutto ciò che è dominio e prestigio e non conosce nessun’altra attività se non quella del servizio”. E aggiungeva: “L’uomo naturale, che non è illuminato dallo Spirito di Dio, non è capace di servire come richiesto dal vangelo. Il Signore, al quale diamo del tu, non sia predicato da signori ai quali dobbiamo dare del lei: si presentino come umili fratelli; sarà l’umiltà, la coerenza e l’autenticità a guadagnarsi la stima, il rispetto e l’amore”. La vera grandezza non va ricercata tra gli uomini, ma sarà il giudizio divino a svelarla. Ripetutamente leggiamo nelle Scritture che Dio “abbassa gli orgogliosi ed esalta gli umili”: ogni membro della comunità cristiana deve vivere secondo questa prospettiva del giudizio di Dio e non degli uomini.

+ Adriano Tessarollo

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