MC 6,1-6

Liberaci dalla presunzione di conoscerti

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

LETTURE: Ez 2,2-5; Sal 122; 2 Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

1 Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2 Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5 E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6 E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

Potremmo riassumere il messaggio che ci viene dalla parola del Signore che abbiamo ascoltato oggi nel vangelo di Marco (Mc 6, 1-6), in una semplice constatazione: in noi, a volte, c’è poca fede, la nostra incredulità è grande, ma ancora più grande è l’amore di Dio per noi. Gli abitanti di Nazareth sono tutti d’accordo: questo Gesù fa delle cose straordinarie, le sue parole lasciano a bocca aperta le tante persone che lo ascoltano, compie tanti prodigi, nessuno mai aveva visto cose del genere, eppure… è sempre forte la convinzione che non può essere lui l’atteso delle genti, il Messia. A noi può sembrare impossibile: come non vedere le sue opere di bene? Come non accorgersi della sua grandezza? Come non lasciarsi sedurre dalla sua parola? Eppure no! Il figlio di Giuseppe, il falegname, è troppo “normale”… per essere lui il Messia. Non era cioè possibile che Dio si manifestasse in un personaggio così poco appariscente, senza titoli né niente. Dio non si manifesta certo in questa quotidianità e per di più in una banale cittadina qualunque. Da Nazareth cosa può mai venire di grande e di buono? Quando leggo questo brano del Vangelo, d’istinto mi verrebbe da condannare quelle persone che pensavano di conoscere Gesù soltanto perché erano a conoscenza delle sue origini, sapevano chi era suo padre e sua madre e i suoi parenti, ma, purtroppo, avevano capito poco niente di Lui. Gesù infatti usciva dagli schemi, parlava ed agiva in modo totalmente altro e questo generava stupore che, anziché sfociare in ammirazione si trasformava, spesso, in un forte rifiuto. Poi a pensarci bene rileggendo questo brano e confrontandolo con la vita di tanti di noi, mi accorgo che sono passati duemila anni e le cose non sono per nulla cambiate. Infatti quanta fatica anche per noi a passare dallo stupore alla fede! La via allo scandalo (Mc 6,3) è più comoda, più breve, più disimpegnante e così le nostre certezze rimangono lì, granitiche, precise, nel loro ordine irremovibile. Allora ecco che, nella Parola ascoltata, ci sono degli insegnamenti importanti. Vediamoli. Innanzitutto si può paralizzare una persona, ridurla all’impotenza, semplicemente non dandole fiducia, buttandole addosso il peso di un giudizio preconcetto. Il problema, spesso, è nell’immagine che noi proiettiamo sugli altri che, per aver credito, deve corrispondere a certi nostri parametri. Infatti quante energie soffocate, quanti scoraggiamenti, quanta gioia distrutta dai nostri giudizi decisi e inappellabili su coloro che crediamo di conoscere perché, invece di fare attenzione al messaggio ricevuto, ci siamo soffermati solo o in gran parte sulla persona: più essa è famosa, affermata, della mia stessa cerchia, più il messaggio acquista valore. Lo è stato, anche, per Gesù: un semplice carpentiere, istruito anche, ma non a tal punto da erigersi a profeta o addirittura a Messia. Un secondo insegnamento: per parlare a noi nella nostra vita di tutti i giorni, Dio, molte volte, non si serve di gente straordinaria, ma di persone qualsiasi che ci vivono accanto, anche di quelle, forse, che troppo facilmente abbiamo relegato ai margini perché eravamo certi che da loro non avremmo mai ricevuto nulla. L’incontro, invece, con l’altro, qualunque posizione occupi, può essere un momento di grazia, se il nostro cuore è aperto e disponibile perché, davvero, anche Dio per manifestarsi ha scelto la strada del nascondimento. Infine c’è anche un altro aspetto. Anche noi, come cristiani, siamo chiamati a testimoniare con le parole e con i fatti il nostro credo e ci accorgiamo che la strada del ‘profeta’, di chi parla cioè in nome di Dio, non è facile: c’è l’incomprensione, la contrapposizione e, anche se un po’ mascherata, una vera e propria persecuzione. Anche noi, come Gesù, ci meravigliamo della incredulità di tanti anche su valori che non ci sembrano negoziabili e, sconsolatamente, affermiamo: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” (v. 4). Alla luce del vangelo di oggi non ci resta che domandare con insistenza al Signore di liberarci, soprattutto, dalla presunzione di conoscerlo. Una presunzione che, a volte, alberga anche dentro di noi, e che è data dalla troppa familiarità con cui ‘frequentiamo’ le cose di Dio ed è tale da renderci incapaci di guardare nel profondo e, quindi, di vivere appieno il calore della Parola che abbondantemente viene seminata e la novità di un messaggio che, se accolto con fede, trasforma radicalmente la nostra vita.

don Danilo Marin

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