mt22_1-14

Vangelo di Domenica 11 ottobre 2020

XXVIII – T. O. – ANNO A

LETTURE:  Is 25,6-10a; Sal 22;  Fil 4,12-14.19-20;  Mt 22,1-14

La fede deve cambiare la nostra vita

Oggi il Vangelo (Mt 22, 1-14) ci propone l’ultima delle parabole del Regno, quella del banchetto nuziale.
Il tema è lo stesso delle altre parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche precedenti: l’accoglienza o il rifiuto di Gesù. Si può dire che quella di oggi ripete il duro ammonimento di Gesù: è possibile tradire la propria vocazione, e coloro che definiamo lontani possono prendere il nostro posto nel Regno di Dio. Quale insegnamento ricaviamo dal brano del vangelo di oggi?

Dio, possiamo dire, non ama essere felice da solo; invita a condividere la sua gioia e ci vuole suoi commensali. Non dimentichiamo che il banchetto di nozze al tempo di Gesù era l’espressione più rilevante delle feste del popolo, dell’incontro gioioso di una comunità: tutto il villaggio partecipava al matrimonio. Il vangelo descrive proprio questa immagine: Gesù dice che il Regno dei cieli, ossia stare con Dio, è qualcosa di simile. L’incontro con Lui è festa, gioia, danza, sorriso, bellezza indescrivibile, è un qualcosa di travolgente come un innamoramento; vero ed entusiasmante come il desiderio di donarsi e di vivere insieme.

Ecco allora l’invito perché tutta l’umanità viva una splendida festa di nozze in cui lo sposo è Gesù stesso: è un invito particolare per un matrimonio speciale che tutti noi abbiamo ricevuto fin da quando siamo entrati nella vita e rinati, poi, nel battesimo. Il Dio di Gesù è quel Re che una volta di più insiste: invita e poi invita ancora e di fronte al rifiuto di molti, decide di aprire, allargare l’invito a tutti: la sala si deve riempire, è un desiderio che non può essere disatteso, la salvezza è per tutti i suoi figli.

A fronte, però, di una chiamata–invito rivolto a tutti ci sono risposte diverse.

Anche in noi, a volte c’è un no deciso dell’intelligenza, della volontà, del cuore; a volte l’indifferenza e l’apatia; altre ancora siamo pieni di motivi validi per rimandare o per declinare l’invito; altre volte siamo bloccati, addirittura, da diverse forma di rabbia nei confronti di Dio, della fede e della Chiesa.

Non posso, non ho tempo, ho altre cose da fare, non è possibile, mi viene chiesto troppo, non sono all’altezza … sono i nostri piccoli rifiuti di ogni giorno che albergano in noi nell’esperienza quotidiana nel nostro rapporto con il Signore. A volte riteniamo più importante il nostro lavoro e le nostre mille cose da fare e riteniamo le cose di Dio ‘roba da bambini’, per cui a Dio penseremo più in là (ammesso e concesso che Dio continui a invitarci al suo banchetto…); a volte, addirittura, l’invito di Dio ci dà fastidio, e reagiamo disprezzando, insultando le cose di Dio, o ancor più, con la peggior forma di disprezzo nei confronti di Dio, che è l’indifferenza.

La nostra riflessione potrebbe fermarsi qui perché già questi diversi modi di rispondere agli inviti ripetuti del Signore mettono, per così dire, a nudo la nostra vita e ci coinvolgono tutti.

Ma c’è un’ultima riflessione che la parabola ci porta a non tralasciare.

La sala si riempie, sì, di invitati, ma poi “il Re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse Amico come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale? Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; la sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (vv. 11-14).

Come spiegare questo strano comportamento del re? Comprendiamo che“l’abito nuziale” non consiste in un abito da indossare. Non basta accettare l’invito, non basta un’adesione superficiale. La fede deve cambiare la vita. Non è sufficiente, cioè, dirci cristiani, ci vuole un impegno costante per cambiare continuamente la propria vita. In definitiva è l’impegno di vivere quella consegna che ci è stata data nel giorno del nostro Battesimo: quando ci è stata consegnata una piccola veste bianca ci è stato detto: “sei diventato/a nuova creatura, e ti sei rivestito/a di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità; portala senza macchia per la vita eterna”.

Sforzarci di indossarla è la condizione indispensabile perché la gioia di far parte al banchetto del Regno sia piena.

don Danilo Marin

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