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Vangelo e letture di domenica 29 novembre 2020

LETTURE: Is 63,16b-17.19b; 64,2-7; Sal 79; 1 Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO – ANNO B

Inizia, con questa domenica, un nuovo anno liturgico che la Chiesa dedica alla lettura del vangelo di Marco. Marco è il primo evangelista a scrivere il vangelo che presenta come tema centrale l’identità di Gesù come Figlio di Dio. Molte delle sue pagine saranno riprese e ampliate, o ridimensionate, dagli altri evangelisti come Matteo e Luca. Resta, però, il fatto che il suo fu davvero un lavoro originale: il primo a mettere per scritto quello che si ricordava e si tramandava oralmente di Gesù.

Il brano che leggiamo in questa prima domenica di Avvento (Mc 13, 33-37) fa parte del discorso escatologico (le realtà ultime) di Marco si tratta, in particolare, del secondo e ultimo discorso che Gesù pronuncia in questo vangelo. Il brano riporta la parte finale di questo discorso, in cui l’invito a vegliare si estende dai discepoli a tutti: “In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento” (v. 33).

Gesù invita alla veglia, all’attenzione, poiché nessuno sa quando avverrà il momento preciso in cui tornerà il Figlio dell’uomo. E’ interessante il termine “siate svegli”: è l’invito a non dormire, a non lasciarsi andare alla pigrizia o ai piaceri.

L’Avvento, che oggi inizia, ci permette di riqualificare il tempo come ambito di speranza e di desiderio. Perché questo non sia vano è necessario resistere alla tentazione di addormentarsi e, soprattutto, di non aspettarsi più nulla perché non si aspetta più nessuno.

La liturgia, in particolare, ci propone in questo periodo un percorso per prepararci alla venuta di Gesù nel mondo, un avvenimento che dà un senso forte alla nostra vita e ci aiuta a dare un senso ai fatti che stiamo vivendo, con un forte richiamo alla vigilanza che è la nostra capacità di incontrare il Signore nel vivo della vita.

L’Avvento è il tempo dell’attesa: non è solo un tempo di preparazione alla festa del Natale, che segnò la prima venuta del Signore nell’umiltà della grotta di Betlemme, ma è soprattutto di preparazione alla venuta definitiva del Signore nella gloria, che attendiamo alla fine dei tempi, quando verrà a giudicare i vivi e i morti e sorgeranno nuovi cieli e nuova terra. Per questo la liturgia ci propone le parole di Gesù sul senso e il fine della storia, che sono come il ‘trillo di una sveglia’: vegliate, vigilate, siate pronti, non sapete quando tornerà il padrone.

Per ben tre volte ricorre l’esortazione vegliate: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento… Vegliate. Voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà… Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate?”. La vigilanza è l’attenzione a Dio che viene, che è accanto a noi, che ci chiamerà alla vita piena. La vigilanza è scrutare la storia, il cammino dell’umanità, la vita di ciascuno: la vigilanza è fedeltà agli uomini e alla loro vita, è portare avanti con consapevolezza i propri impegni e le proprie responsabilità.

Ma quando verrà il Signore? È una sorpresa, dunque c’è da stare sempre attenti e pronti.

C’è purtroppo chi sceglie di non vivere, ma vivacchiare; accade quando, venendo meno la preghiera e il rapporto con Dio, si vive senza attenderlo, unicamente presi dalle cose del mondo, cercando di riempire quell’infinito che portiamo dentro con il benessere, con l’accumulo di beni, di piaceri, di esteriorità.

Non vigilare può anche dire rassegnarsi, vivere senza stimoli, avendo perso la caratteristica più bella di noi stessi: la gioia di vivere! Della serie: ho previsto tutto, ho messo da parte un buon gruzzoletto, sono al sicuro, sistemato… si vive ormai nella routine quotidiana: si lavora, si mangia, si guarda la tv, si va a dormire, ogni tanto una serata con gli amici e via.

Persino la vita di fede ormai è diventata una routine senza sorprese, senza prospettive, del tutto insignificante per la vita.

Che vita scialba quella di chi tira a campare senza desiderio di migliorarsi.

Per questo il Signore suona la sveglia.

Ma per chi ama il Signore e cerca di vivere bene, l’attesa del suo ritorno non può essere un incubo, bensì una gioiosa speranza. “La nostra veglia non è perciò quella fredda e rassegnata di una sentinella che cerca di far scorrere il più velocemente possibile le lunghe ore notturne; è, invece, l’attesa di un figlio che spia all’orizzonte il ritorno del padre per corrergli incontro e affidargli nelle mani tutte le sue paure e le sue gioie, i suoi problemi e i risultati ottenuti” (card. G. Ravasi).

Don Danilo Marin

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